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Il presidente della comunità araba in Italia, membro segreteria politica Fli

Aodi: «Nei paesi arabi è arrivata
la primavera della volontà»

di Rosalinda Cappello Foad Aodi, medico italiano di origine palestinese, presidente della comunità araba in Italia e membro della segreteria politica di Fli, pone l’accento sugli elementi politici e culturali che hanno innescato le trasformazioni a cui stiamo assistendo nei paesi dell’altra sponda del Mediterraneo. Qual è secondo lei il significato del processo di democratizzazione dal basso iniziato in Tunisia che ha coinvolto come un domino anche l’Egitto e ora la Libia?
È caduto il muro della paura che impediva ai giovani e alle persone di una certa età di protestare in modo democratico. Questa è una rivoluzione della gioventù che può essere paragonata a quello che ha rappresentato per i paesi dell’Est la caduta del muro di Berlino. Un segnale inequivocabile che qualcosa sta cambiando in quei paesi?
Ormai i tempi sono maturi per un movimento spontaneo senza ideologie, senza appoggi politici né dall’interno né dall’esterno. Questo processo, iniziato in Tunisia, proseguito in Egitto e diffusosi in Libia ha dato inizio alla primavera della volontà della gioventù, del popolo, che hanno finalmente la possibilità di dire la loro, di esprimere il dissenso nei confronti di governanti che non hanno mai avuto intenzione di coinvolgere il popolo dal punto di vista politico. Che cosa ha innescato questo processo che è apparso quasi improvviso e inaspettato. Se si eccettua l’Onda verde in Iran, gli altri paesi sembravano assopiti. Come si spiega questa fiammata?
Le cause sono tre. La crisi economica mondiale che nei paesi arabi si è sentita, molto facendo aumentare il disagio già forte per popoli costretti a sottostare a una dittatura. C’è poi la spinta dei giovani che si sono ribellati ai loro genitori. I giovani non accettano più quello che hanno subito i loro padri e le loro madri, grazie anche ai mezzi che hanno a disposizione, come internet, una maggiore istruzione, una maggiore comunicazione con l’Occidente, una maggiore globalizzazione. Un altro motivo è poi rappresentato dalla disoccupazione che coinvolge la popolazione giovanile, che chiede più posti di lavoro e più opportunità a livello accademico. In questi giorni, guardando ai fatti della Libia il timore avanzato da diversi osservatori è quello rappresentato da una massiccia ripresa del flusso migratorio verso i confini dell’Italia. La Libia per la politica italiana in questi anni è stata, a torto o a ragione, una sorta di baluardo per arginare la pressione. Dopo questi avvenimenti, che cosa succederà?
Proprio qualche mese fa, invitato dalla Lega araba come esperto di immigrazione in Europa e come presidente dell’associazione di medici di origine straniera per discutere sulle mosse importanti per interrompere l’emorragia di emigrazione qualificata dai nostri paesi verso l’Europa, ho portato la mia esperienza e la mia proposta. In che cosa consiste?
Secondo me dovrebbe essere accentuata la cooperazione con i paesi occidentali in modo da favorire anche a livello economico la scelta di restare. La crisi economica, la scarsezza di posti di lavoro, la maggiore istruzione e l’assenza di una politica estera importante dei singoli paesi europei verso le popolazioni arabe hanno giocato un ruolo molto importante in questi flussi. Si sono fatti sempre accordi verticali, governo con governo, come ha fatto Berlusconi con Gheddafi. Invece, non è mai stata ascoltata la nostra voce che da anni diciamo che bisogna creare i ponti della conoscenza. Sono anni che non mi stanco di ripetere questa frase “Origini diverse per un futuro comune”.  La medicina può essere uno strumento di dialogo tra i paesi, il dialogo deve riguardare le popolazioni. Fini è stato l’unico a dimostrarsi sensibile su questi punti. Gli altri, compreso il centrosinistra, hanno avuto paura di trattare il tema dell’immigrazione per il rischio di perdere voti. Noi da anni siamo a favore di un’immigrazione programmata, qualificata, con il principio di un legame tra diritti e doveri. Un paio di anni fa abbiamo presentato un progetto sull’integrazione chiediamo che la cittadinanza sia concessa dopo 5 anni, che i bambini devono poter avere la cittadinanza. L’integrazione è come un matrimonio, si fa in due, bisogna integrarsi e impegnarsi da entrambe le parti. Bisogna vedere che cosa lo Stato offre e quanto l’immigrato è disposto a integrarsi imparando la lingua e a conoscere la cultura. Dobbiamo andare oltre l’immigrazione. Non si può far rimanere l’immigrato tale per sempre, bisogna che egli possa avere i suoi diritti e che rispetti i suoi doveri. Occorre dunque essere predisposti in maniera diversa verso la questione dell’immigrazione?
Proprio così. Bisogna parlare della positività dell’immigrazione: oggi ci sono tanti laureati tra gli immigrati, una larga parte dopo la laurea torna nel proprio paese portando con sé la cultura italiana, diventando ambasciatori della cultura italiana. Occorre intensificare il dialogo tra i popoli, anche quello religioso e non fare campagne di informazione contro una religione o contro una civiltà. Come sta vivendo la comunità araba in Italia gli accadimenti delle ultime settimane?
È molto unita, preoccupata per i familiari e anche attraversata da un sentimento di grande sorpresa e di soddisfazione. Sente che si tratta di una rivoluzione per la libertà, per la democrazia, per la dignità umana personale e collettiva e per la dignità economica. Il mondo arabo, dopo l’11 settembre si è sentito strumentalizzato dai media occidentali, identificato con Islam, terrorismo e problemi di sicurezza. Per questo motivo si sbaglia ad associare la questione immigrazione con il problema della sicurezza. Che cosa auspica per il futuro di quelle popolazioni che manifestando in piazza hanno rovesciato anni di governi autoritari? 
Mi auguro che chi governerà sia scelto democraticamente dal popolo e che nascano governi laici. Non condivido  infatti che un paese venga definito solo islamico, perché in quegli stessi paesi ci sono tutte le religioni. La laicità è una garanzia di pacificazione, perché la diversità di religione divide. Invece dobbiamo puntare su ciò che unisce. La religione attiene alla sfera privata. Mi auguro anche che la comunità europea abbia un’unica voce verso i paesi arabi e lo stesso augurio lo rivolgo alla Lega araba. Bisogna puntare sui giovani, risolvere i problemi economici e invogliare il dialogo tra i paesi arabi e l’Occidente. Portando avanti una politica estera qualificata si potrà ridurre il rischio di un ulteriore sviluppo di sentimenti antioccidentali e antiamericani. Le questioni non possono essere risolte con le guerre.

24 febbraio 2011
 
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